giovedì 10 dicembre 2015

Le persone che sanno volare...



Liberi di Essere, liberi di volare





“Piedi, perché li voglio se ho ali per volare?”

-Frida Kahlo-







Non mi importa se avete gli occhi azzurri o neri, se i vostri capelli sono biondi o bianchi, se avete una chioma folta o se siete calvi, se la vostra pelle è scura o chiara…Non vi perdono il fatto che i vostri piedi non marcino a una certa distanza dalla terra, che non siate in grado di far volare l’immaginazione, che non vi immergiate nei vostri sogni, che non sappiate volare.

Una persona che non sa volare ti ancora al suolo, ti lega, ti cuce le ali e non ti lascia sognare, non ti consente di avere la testa tra le nuvole, nel sole, nella sabbia, nelle onde. Una persona che non sa volare, non vi permette di essere voi stessi.


Una persona capace di volare saprà ispirarvi, vi strapperà l’anima e il cuore, vi farà sognare, vi farà viaggiare con tutti i sensi, ballerà con voi, vi sussurrerà all’orecchio, accarezzerà la vostra pelle e la vostra mente, vi farà volare. Una persona capace di volare…
Si veste di sensibilità


La sensibilità è la protagonista costante della vita di chi sa volare. Una persona capace di volare concentrerà tutti i suoi sensi su ogni dettaglio dell’esistenza. Riuscirà ad annusare le nuvole, ad accarezzare l’odore della terra battuta, ad assaporare parole cadute dalle labbra. Si tratta di osservatori per natura, di elementi della società che generano curiosità negli altri. La loro sensibilità è estrema, ridono, piangono e si emozionano per un fiore o per una raffica di vento.



Se vedete una persona che sembra costantemente distratta, che si lascia trasportare dai suoi sogni, ebbene quella è una persona che sa volare. Molte idee geniali trovano forma in questo stato. Sognare ad occhi aperti richiede una grande concentrazione, coraggio e voglia di imparare. Le persone che volano visualizzano il presente, il passato e il futuro e li intrecciano creando il tessuto dei sogni.
Sta bene nella solitudine


La solitudine è l’occasione per scrutare in ogni angolo della nostra anima, per scoprire chi siamo. La solitudine è la compagna di viaggio ideale quando stiamo male, perché il suo potere curativo verrà in nostro aiuto dandoci l’occasione di riflettere, di riordinare le idee. Se volate, lo saprete.



Se una persona in volo inciampa e cade, si rialza di nuovo. Se inciampa sullo stesso ostacolo e nuovamente cade, sa che non è stato un caso, ma una scelta. Commette migliaia di errori, ma non si scoraggia, anzi impara dai suoi sbagli. Una persona capace di volare considera ogni errore una nuova opportunità.



Una persona che vola si diverte a correre rischi, sa che può uscirne vittoriosa e che solo in questo modo il risultato sarà eccellente. Correrà il rischio di amarvi se la lasciate entrare nelle vostre vite in punta di piedi. Vi regalerà sorrisi, baci e abbracci, accarezzerà i vostri rischi e vi insegnerà a viverli.
Insegue le sue passioni



Una persona che vola è una persona capace di seguire le sue passioni. Lotterà per ciò che le fa battere davvero il cuore, e non smetterà mai di inseguirlo. Quando una persona capace di volare si appassiona per qualcuno, lascerà che tutti i suoi sensi volino, soffrirà, piangerà, riderà e vivrà. Si lascerà guidare dal proprio cuore. Se lo sente battere, si getterà su quelle cose che lo fanno battere più forte e più veloce. Se prova dolore, le lascerà andare, con tristezza, ma con convinzione.


Se anche voi volate, vi accorgerete che quando si sogna, i giorni, le ore, i minuti, i secondi non hanno alcun senso. Un’ora sarà un secondo, una settimana un secolo. Ma in ogni istante sarete consapevoli di tutto quello che avete fatto, saprete che è valso la pena vivere quel momento. Il tempo è relativo quando si vola, l’unica cosa da fare è spiegare le ali e farvi trasportare.



Le persone che rendono il nostro mondo più bello sono quelle che restano, ovvero quelle che ci confortano, che ci strappano sorrisi, che ci tranquillizzano e ci aiutano ad essere forti nella vita. Con queste persone i rapporti sono solidi, consistenti e leali.


Le persone buone sono quelle sincere, quelle che stringono la mano e quelle che quando guardano negli occhi, arrivano fino al cuore. La loro sola presenza emoziona perché rispettano, perché non giudicano e perché si assumono sempre le loro responsabilità. Per questo sono le persone che rendono il nostro mondo più bello.



Abbiatene cura e cercate di non perderle, non permettete loro di andarsene, non allontanatele dalla vostra vita. Non fate l’errore di abbandonarle quando qualcosa vi tormenta o quando hanno bisogno di voi. Restate, perdonate e dimenticate.
Tu mi piaci



Ci sono persone che ci piacciono. Non c’è una ragione concreta, magari perché ci ispirano fiducia e piacere. Sono rapporti veri e sinceri che si coltivano attraverso piccoli dettagli. Sono quei rapporti che possiamo alimentare con sguardi di complicità e piccoli gesti, ogni dettaglio, infatti, diventa una grande opera.


Solitamente questi sentimenti sono reciproci e dettati da certe regole non scritte. Tuttavia, molte volte dimentichiamo che i “ti voglio bene” vanno detti e che la riconoscenza è il cibo migliore per l’anima.



Alla fine ti rendi conto che le cose più piccole sono le più importanti. Le chiacchierate alle tre di mattina, i sorrisi spontanei, le foto disastrose che ti fanno ridere a crepapelle, le poesie di dieci versi che ti strappano una lacrima. I libri che nessuno conosce, ma che diventano i tuoi preferiti, un fiore tra i capelli, un caffè bevuto da solo… Tutte cose che valgono davvero la pena, le cose più piccole che scatenano emozioni gigantesche.


Da “Entre letras y cafeína”



Ecco che spesso trascuriamo cose di vitale importanza come la dimostrazione di affetto e l’attenzione alle necessità emotive dei nostri partner o dei nostri cari in questo ballo che è la vita.

Quello che si trascura si perde


Si dice che la durata dell’amore dipenda da come ce ne prendiamo cura e ce ne prendiamo cura tanto quanto lo vogliamo. Quindi, anche se siamo umani e a volte facciamo degli errori che possono portare a degli equivoci nei nostri rapporti, la cosa certa è che non possiamo permetterci di lasciarci scappare le persone che valgono.


Sfortunatamente, spesso ignoriamo persone importanti per pura apatia, per mancanza di tempo o per una nota di disinteresse tinta di egoismo. Di solito facciamo l’errore di non dedicare il tempo necessario a “dimostrare” a quelle persone quanto sono importanti.


Così, è probabile che qualche volta abbiamo avuto la sensazione che qualcuno ci avesse messo da parte e siamo impazziti cercando di capire cose stesse succedendo. Questa sofferenza è inutile e possiamo evitarla in tanti modi. Vediamone qualcuno:
In genere, sono sufficienti alcune parole che ci facciano capire che l’assenza o la distanza non significano necessariamente che ci hanno dimenticati e che nonostante l’abbandono temporaneo, queste persone sono sempre presenti.
Dimostrare di tenere a qualcuno è una cosa che richiede tempo e servono molte attenzioni per costruire una relazione sana lontana da dipendenze e da eccessi emotivi.
Ogni mattone dev’essere preparato e posizionato con assoluta sincerità, senza forme di egoismo né secondi fini. Dobbiamo tenere in considerazione il fatto che non bisogna creare necessità, nemmeno quella della compagnia.
Questo processo avviene attraverso la comunicazione e l’espressione sincera sia dei nostri pensieri sia dei nostri sentimenti. Ovviamente, dobbiamo avere ben chiaro che siamo noi a sentirci così, non la persona che abbiamo davanti ad essere responsabile del nostro malessere o anche del nostro benessere.


Se ci sentiamo a disagio, bisogna farlo presente senza accusare nessuno e cercando di capire che i problemi si risolvono in due. Questo farà sì che la relazione non si raffreddi inutilmente e che si rafforzino la fiducia e la sincerità.
Le relazioni hanno bisogno di tempo e di esperienza per alimentarsi, crescere e stabilizzarsi. Se smettiamo di dedicare del tempo ai nostri rapporti, dimostreremo mancanza di interesse e, di conseguenza, allontaneremo le persone che riteniamo molto importanti per noi.


Non possiamo lasciarci scappare le persone che rendono il nostro mondo più bello. Con loro possiamo essere noi stessi in tutta la nostra essenza e in totale libertà, una cosa magnifica come insolita. Per questo, cari lettori, vi consigliamo di prendervi cura e di arricchire le vostre relazioni e di farlo sempre in nome della più assoluta sincerità.





Fonte: "La mente è meravigliosa"

martedì 17 novembre 2015

L'unica arma contro il terrorismo e la guerra è l'AMORE!



La vita la definisco come un insieme di trasformazioni e di movimenti. Il movimento è come un ciclo infinito di espansione e di contrazione, come il respiro.
Abbiamo bisogno di amore, di perdono, di pace, di armonia. La voce del genere umano percorre il pianeta come una stonata sinfonia, vaga e superba. E’ buio negli occhi e nel cuore. Siamo diventati chiusi nelle ombre dei nostri labirinti mentali. Conduciamo una vita frenetica che ci porta al “sonno profondo” della nostra coscienza.

L’energia Universale è come un bacino infinito a disposizione di qualsiasi persona riesca ad accedervi e con l’attivazione dei suoi campi energetici può fare miracoli. In questo grande bacino è presente tutta l’energia di tutto e di tutti ed è senza tempo e senza spazio. Siamo collegati ad una matrice divina come piccoli frammenti di particelle contenenti informazioni, che al loro contatto con altre particelle si specializzano ovvero diventiamo portatori di un unica informazione.

Ci sono tante cose che non riusciamo a vedere e a sentire, che a volte facciamo fatica anche a percepire. Sappiamo però che esistono, in una maniera sottile. Poi ci sono fonti di energia, non visibili, che però alcune persone molto sensibili possono avvertire a livello tattile o visivo.

Pensiamo di fare tante cose, ci alziamo la mattina e freneticamente cominciamo a soddisfare i nostri bisogni ipnotizzati dal consumismo, dal materialismo che abbiamo creato e che ci fa prigionieri soffocando la nostra consapevolezza.
C’è una via: è la via del risveglio del cuore, la via dell’amore. Se tutti provassimo ad unirci, ad essere un “UNO” assoluto, sapremmo risolvere qualsiasi cosa e se ciò avvenisse accadrebbe qualcosa di straordinario.

Insieme produrremmo la più alta frequenza: l’energia dell’amore, questo serve per capire TUTTO CIO’ CHE SIAMO.

Tutto ciò che accade nella tua vita e nel tuo corpo ha inizio nella coscienza, che decide cosa accettare o rifiutare, decide tutto ciò che ti riguarda, questa coscienza è l’energia vitale la quale risiede ovunque sia dentro di te che fuori.
Tutto ciò che accade attorno a te è frutto della tua creazione.

L’amore è un’energia che parte dal centro del nostro essere e s’irradia intorno, creando un campo di forza capace di influenzare il mondo circostante in uno scambio continuo d’informazioni. Emaniamo una sorta di alone magnetico che trasmette le notizie essenziali su di noi, raccontando chi siamo, cosa proviamo, come ci sentiamo, che pensieri e che emozioni abbiamo, di momento in momento. Allo stesso modo, riceviamo le informazioni essenziali su chi ci circonda e sviluppiamo le nostre relazioni proprio grazie alle comunicazioni trasmesse dai campi energetici.

Forse ora penserai che questo che sto dicendo è un utopia, un sogno, ma non è cosi! La scienza da anni ha confermato tutto questo, si chiama: fisica quantistica.
Purtroppo la civiltà dei consumi ha abolito la percezione e la decodifica cosciente di questo sapere sottile, per concentrarsi esclusivamente su ciò che si può vedere e toccare. Così, il più delle volte non siamo consapevoli degli scambi energetici che avvengono tra noi e il mondo esterno. La nostra attenzione rivolta alla concretezza delle cose, ci fa perdere di vista l’esistenza di altre informazioni. Si tratta di conoscenze preziose che ignoriamo consapevolmente, ma che percepiamo inconsapevolmente utilizzando un sapere diverso da quello dei cinque sensi.

E’ capitato a tutti di provare un’inspiegabile sensazione di disagio al cospetto di persone che apparentemente non sembrano avere nulla di sgradevole. Queste persone emanano una sgradevolezza energetica, cioè il loro campo energetico è dissonante rispetto alle nostre frequenze. Diciamo allora che “a pelle” o “di pancia” non ci piacciono, segnalando (ma anche occultando) in questo modo l’esistenza di una percezione che non utilizza solamente i sensi fisici.

L’energia delle persone, dei luoghi e delle cose con cui veniamo in contatto, ci influenza costantemente. Viviamo immersi in un campo di frequenza che ci caratterizza, e ci rende compatibili o incompatibili con chi incontriamo.
Questa energia è l’espressione di ciò che siamo profondamente. Parla della nostra anima. Racconta una verità senza censure.

Anche quando cerchiamo di nasconderci dietro alle tante maschere che indossiamo abitualmente. Il campo della nostra energia risente delle esperienze che abbiamo vissuto, dei pensieri che ci attraversano, dei sentimenti che viviamo, e trasmette al mondo messaggi sinceri su di noi.
Tutti gli animali, immuni dal conformismo che tortura gli esseri umani, hanno una comprensione immediata di queste energie e sanno riconoscere d’istinto le frequenze di chi li avvicina. Gli uomini, invece, hanno perso queste capacità e basano il loro sapere su ciò che vedono o su ciò che sanno a priori, privandosi d’informazioni preziose e indispensabili per avere una comunicazione autentica. E perciò… sincera.
Le razze animali diverse dalla nostra non sanno usare la finzione e l’inganno, non basano la loro vita sull’apparire. Possiedono ancora la capacità di decodificare i messaggi che i campi magnetici delle cose e delle persone emettono costantemente.

Per questo non possono mentire. Hanno mantenuto l’onestà necessaria per essere diretti e sinceri, leggono con chiarezza l’immediatezza delle energie. L’uomo, al contrario, si nasconde dietro alla concretezza delle cose, che chiama cultura, buone maniere, convenzioni sociali, civiltà… e occulta a se stesso la verità immediata dei campi energetici. Preferisce utilizzare delle maschere per nascondere i propri sentimenti. Poi purtroppo si ammala. Perde il contatto con l’autenticità del mondo interiore e si sente confuso e impacciato quando si tratta di raccontare cosa prova. 

Spesso si vergogna di voler bene. Nasconde le lacrime. Sorride quando è arrabbiato. E crede che il successo sociale dipenda dal possedere una rigida corazza d’insensibilità.

Ma fuori da questi falsi miti, ognuno sa in cuor suo che c’è “qualcosa” capace di farci stare bene quando ci sentiamo amati e male quando invece è assente.
“Qualcosa” capace di farci sentire amati a prescindere da ciò che vediamo, ascoltiamo, tocchiamo, annusiamo o gustiamo.

L’amore è un sentire che sfugge ai cinque sensi e ci riporta all’essenzialità. Esprime l’autenticità di ciascuno. L’amore è un’energia che svela la verità dell’anima. 

Quando ne percepiamo la frequenza, il nostro campo energetico comincia a pulsare e la vita acquista il suo significato più profondo e più vero. La cultura della nostra razza ha abiurato, ripudiato la consapevolezza delle energie, definendola “poco attendibile”. Preferisce circondarsi di apparenze. Teme l’impatto con la verità. Perciò ha limitato la propria conoscenza esclusivamente alla materialità.
La scienza umana evita con cura tutto quello che riguarda le emozioni. Il mondo emotivo non è misurabile, non è localizzabile in qualche specifica area del corpo, sfugge ai cinque sensi e alla tecnologia, perciò per la scienza non può essere:scientifico.

I sentimenti non sono abbastanza concreti per la ricerca in laboratorio. Sono sempre troppo soggettivi. Non possiedono spessore, consistenza, peso, materialità. Ma, nonostante la loro mancanza di scientificità, i sentimenti sono reali. Veri. E imprescindibili. Possiedono un’autenticità che la scienza non può dimostrare con le sue apparecchiature ma che ognuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle con certezza matematica.

Tutte le emozioni sono energia. Energia che parla di noi e ci racconta degli altri. Energia che ci fa bene. O che ci fa male. Energia che bisogna imparare a conoscere e a riconoscere per costruire un mondo… finalmente migliore. Un mondo fondato sulla verità e non sull’imbroglio. 
Un mondo onesto.


Se avete fiducia nella potenza dell’amore, se almeno una volta nella vita avete avvertito attorno a voi la sensazione di “toccare” l’energia dell’amore, condividete queste mie parole, oppure parlatene con più persone, non mi interessa avere like, non mi interessa avere visualizzazioni. In questo momento sto solo sfruttando la “notorietà” del blog per arrivare a più persone. Ed è poco, perché ci sono personaggi di elevata notorietà che dovrebbero usare, ora più che mai, i loro mezzi per diffondere un messaggio di pace ed amore. Io voglio, come voi tutti, vivere su un pianeta dove non ci siano più morti per guerre di potere, io voglio poter dare alla luce un figlio che mi chieda che cosa ERA la guerra, io voglio poter vedere le persone di tutte le culture vivere serene, in pace, in armonia. Il pianeta su cui viviamo è la nostra casa e come tale va difesa! Stanno uccidendo persone innocenti, persone come noi. Per un momento dimenticate il lavoro, la macchina, lo stipendio, i vestiti firmati, i litigi, le incomprensioni, la rabbia, l’impotenza, perché se non iniziamo a espandere l’amore, l’uno verso l’altro, tutte queste cose non serviranno a nulla quando le bombe della guerra esploderanno sulle nostre case.


Michela Marini 


lunedì 9 novembre 2015

Più sei, più fai, più hai: Essere creativi nella vita




La creatività vuole coraggio







La mente che si apre ad una nuova idea non torna mai alla dimensione precedente, diceva Albert Einstein. La creatività, concepita come dono umano, non solo per i suoi mille aspetti facoltosi ma anche come percorso di crescita personale interiore. La creatività è un dono che l'essere umano troppo spesso sottovaluta, essa è in grado di riuscir a oltrepassare le barriere della mente portando la vita di un uomo ad un elevazione proficua per esso. 

Come può accadere questo? Come possiamo vivere la vita in modo creativo ottenendo ciò che può renderci felici? E che importanza ha questa creatività umana nella vita pratica quotidiana di tutti noi?


La Creatività umana è fondamentale per consentirci di vivere con piacere, con serenità ogni istante della nostra vita. È essenziale per vivere pienamente e positivamente ogni nostro rapporto con noi stessi, con la natura e con gli altri. Solo questo tipo di creatività può consentirci di essere dei veri artisti della vita e aiutarci a migliorare la qualità e la durata della nostra esistenza.
Certo, non può trasformarci tutti in un Leonardo o un Michelangelo, ma ci permette di vivere le stesse meravigliose emozioni anche nel vivere banali esperienze, trasformando la nostra vita in un autentico, grande capolavoro.

Questa impostazione del concetto di creatività umana, vista soprattutto nella sua dimensione relazionale, empatica, apre molte prospettive, estendendola a tutto ciò che riguarda il rapporto tra l’individuo e il suo Sé, il mondo circostante e gli altri. E quindi si estende ai rapporti tra l’uomo e l’ambiente, tra la società e la natura, tra insegnanti e alunni, tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra amici e tra colleghi. Il campo di interesse si amplia enormemente includendo il mondo del lavoro, il tempo libero, il mondo dell’arte, le istituzioni sanitarie, le associazioni di ogni tipo, la pubblica amministrazione, la formazione, l’aggiornamento e la ricerca, l’ecologia, le problematiche della terza età, ecc., ecc.

Il termine "creatività" è abbastanza recente. Nel passato si parlava di "creazione" e ci si riferiva esclusivamente all’atto di creare qualcosa dal nulla. Ovviamente era una prerogativa esclusiva della Divinità. Anche i più grandi artisti non osavano definirsi "creativi". Soltanto nel secolo scorso si è cominciato a parlare di creatività come di una capacità umana.

All’inizio la creatività è stata considerata una prerogativa dei grandi artisti.
Poi gli psicologi hanno cominciato ad evidenziare che esiste anche una creatività di tutti gli esseri umani.

Successivamente è stato sottolineato che è creativo chiunque sia capace di produrre qualcosa di nuovo e utile: un oggetto o una soluzione di un problema. E si è dimostrato che questa capacità può essere appresa e sviluppata. 

La creatività umana è qualcosa di ancor più profondo e importante.

Esiste una creatività non necessariamente correlata alla produzione di oggetti o alla soluzione di problemi.

"Anch’io, come la maggior parte della gente, pensavo alla creatività collegandola ai suoi prodotti…Ma le mie previsioni furono mandate all’aria da parecchi dei miei soggetti di studio….imparai a riferire il termine "creativo"…non soltanto ai prodotti ma anche alle persone in un senso caratteriologico, nonché alle attività, ai processi e alle attitudini."(Abraham Maslow)

Ma che cos'è la creatività umana? È una dote comune a tutti gli esseri umani, alla nascita. La posseggono i grandi artisti, che sono capaci di trasformare una tela o una pietra in un capolavoro. E la possiede chiunque altro sia capace di "trasformare la banalità in bellezza" (R. Benigni).
Non è un tratto del carattere e non richiede necessariamente un talento, una cultura o un'abilità tecnica. E non comporta sempre la produzione di un oggetto concreto.


 È soprattutto "una relazione empatica in cui la percezione e la comunicazione di emozioni umane profonde hanno un ruolo centrale....Senza di esso non può esserci vera creatività, né un prodotto positivo, nè arte"  (V. Cei "Libera la tua Creatività" F. Angeli).

Se la creatività è una dote di tutte le persone alla nascita, come mai molti non riescono ad esprimerla?

Già cinquant’anni fa, Harold Anderson segnalò che la creatività degli adulti è bloccata: «La creatività è in ciascuno di noi. Per meglio dire era in ciascuno di noi, quando eravamo piccoli. Nei bambini la creatività è un elemento universale. Fra gli adulti è pressoché inesistente. Il grande problema è di riuscire a sapere che cos’è accaduto di quest’immensa, universale risorsa umana, un problema attuale, che costituisce l’oggetto della nostra ricerca».
Purtroppo da 50 anni in qua le cose non sono migliorate.
Viviamo una situazione assurda e paradossale. Nonostante sia prodotta una quantità enorme di oggetti, la creatività umana è sempre più repressa.
Nonostante siamo circondati da libri, corsi e prodotti correlati alla creatività, la società contemporanea di fatto inibisce o blocca la creatività umana.
"Quasi certamente continueremo a diventare sempre meno creativi a meno che non facciamo qualcosa deliberatamente al fine di conservare e sviluppare il nostro talento congenito. … perdiamo ciò che non sfruttiamo: questo assioma si riferisce al cervello oltre che ai muscoli" (Osborn)

Che cosa determina il blocco e l'inibizione della creatività umana?

Come dice Maslow, la creatività «nella maggior parte dei casi si smarrisce, o resta seppellita, o viene inibita a mano a mano che l’uomo si lascia assimilare nella civiltà».
Man mano che il bambino viene "educato", scolarizzato e socializzato, la sua creatività umana viene progressivamente bloccata. Proprio la famiglia, la scuola e la società, che dovrebbero essere i luoghi ideali in cui esprimere e sviluppare la propria creatività, ne divengono la tomba per quasi tutti.

Quali sono le più gravi conseguenze del blocco della creatività umana?

Erich Fromm dice: "L’uomo che non può creare vuole distruggere".
E infatti la prima più grave conseguenza del processo di inibizione della creatività attuato dalla famiglia, dalla scuola e dalla società è lo sviluppo della distruttività umana in tutte le sue molteplici forme. Aggressività, vandalismo e violenza diretta verso oggetti animali e persone (le cronache e la vita quotidiana lo confermano drammaticamente). Non basta: l'altra drammatica espressione è la distruttività diretta verso se stessi. E da quel che si vede quotidianamente, ovunque, i modi per auto distruggersi sono tanti. Le statistiche più recenti dicono: ogni 40 secondi una persona si suicida, aumenta vertiginosamente l’uso e l’abuso di droghe e alcol, soprattutto nei giovani. Ogni giorno giornali, radio e TV ci raccontano esempi drammatici.
Un altro tipo di conseguenza gravissima dell'inibizione della creatività è lo sviluppo di un disagio mentale evidente e diffuso: ansia, depressione, crisi di panico, fobie varie, disagio esistenziale (insicurezza, dipendenza psicologica, conformismo, isolamento, indifferenza, intolleranza, difficoltà nella comunicazione, ecc.).


Il coraggio della creatività

“Per vivere una vita creativa dobbiamo perdere la paura di sbagliare.”
(Joseph Chilton Pearce) 

“Per vivere una vita creativa dobbiamo perdere la paura di sbagliare”, così afferma Pearce ed io modificherei la frase dicendo che per vivere una vita creativa dobbiamo avere Fiducia (in noi e nella Vita)!
Cosa vuol dire per voi “essere creativi”? Quanto vi nutrite di creatività nella Vita?
Il libro de “I King”, il libro dei Mutamenti, prevede come primo esagramma “IL CREATIVO” (Kkienn) che graficamente si compone dai due trigrammi “cielo su cielo”. Senza addentrarmi in spiegazioni specifiche che in realtà rimando al lettore particolarmente interessato all’argomento, prendo spunto da tale segno per dire che recita così: “La via del Creativo opera attraverso mutamento e trasformazione, così che ogni cosa riceve la sua vera natura e destino e giunge permanente concordanza con la grande Armonia: questo è ciò che è propizio e perseverante”.
Di solito, ed erroneamente aggiungo, si sente dire che la qualità della creatività sia legata quasi esclusivamente ai cosiddetti artisti o comunque all’ambito artistico, quello più di nicchia. Ovviamente non sono d’accordo. La creatività è per me il risultato della capacità di ognuno di  essere sempre in contatto con se stesso,  sapendo cogliere le proprie mutevoli sfumature ed accompagnando con profonda accettazione la nostra trasformazione che è , quest’ultima, elemento costante della Vita. Se non accettiamo la nostra mutevolezza difficilmente daremo spazio alla creatività e quindi al NUOVO.
Il “nuovo”, dimensione che sovente ci spaventa perché vogliamo controllarlo anticipatamente con l’arroganza e la presunzione di chi sa già quello che sarà. Non voglio dire che non ci sono fatiche e momenti di scoramento, ma quanta fatica si fa ad anticipare l’esito di qualcosa che non sapremo come andrà finchè non iniziamo ad agire? E qui un altro passaggio: l’AZIONE. Ad ognuno di noi la scelta di quali azioni fare ed in quali tempi però c’è un limite a tutto: qualcosa si deve pur fare, non si può vivere solo nel mondo dell’idee altrimenti anche quelle più entusiasmanti alienano.
Non posso pensare solo ad una ricetta e poi non farla mai!!!!!! L’esperienza ci serve per comprendere se la direzione è quella giusta per noi. 
“Creare”, prima di tutto noi stessi, richiede un costante Amore nei nostri confronti, un Accudimento profondo per le nuove parti di noi che ogni istante chiedono di poter nascere (o ri-nascere). Creare vuol dire darsi la possibilità di scegliere liberamente i colori della propria Esistenza credendo fermamente che non ci sono regole fisse per dipingere “un quadro perfetto”…NOI…

La creatività ti salva la vita

La capacità di “inventare” nuove strade è patrimonio di tutti: risvegliamola, perché originalità e innovazione ci aiutano nel lavoro e nella vita quotidiana

Si sa che le cose prevedibili sono in genere anche rassicuranti. Ma una vita tutta programmata e senza scossoni, già scontata, è davvero un obiettivo cui puntare? È legittimo avere qualche dubbio. Di certo è raro sentire una donna innamorata dire: “È così monotono che mi fa impazzire! Con lui è tutto scontato, che bello!”. E siamo certi che nessun dirigente si esprimerebbe così riguardo a un suo sottoposto: “Da lui non ci si può mai attendere un colpo di fantasia o un’idea originale: è perfetto!”. L’inaspettato, la variazione imprevista sono, in molti campi, il lievito dell’esistenza. Un lievito che possiamo andare a cercare dando più spazio a una qualità preziosa che tutti possediamo ma che spesso non sappiamo di avere: la creatività, cioè la capacità di mettere in campo soluzioni nuove. A volte un’intuizione ci fa cambiare strada all’improvviso e risolve problemi o situazioni spinose. Ma come possiamo coltivarla? Scopriamolo assieme.
La vita sorprende chi non la “prenota”
La tua vita è dominata dalla routine? Decidi sempre di lunedì cosa farai il giovedì? Programmare è confortevole, ma il rischio che corri è di prenotarti la vita come ci si prenoterebbe un ristorante: sai già dove andrai e cosa mangerai. L’imprevisto, l’evento che scombina i tuoi progetti all’ultimo momento: sono colpi di fortuna! Quando non arrivano mai, prova tu a cercarli. Ogni tanto cambia programmi all’ultimo istante e osserva cosa accade dentro e fuori di te. Ti sorprenderai  positivamente!
Gioca con la tua immagine
A tutti è capitato di essere attratti da un capo di abbigliamento, un oggetto o un elemento un po' fuori dalle righe: magari è una semplice cravatta dal colore sgargiante, o un cappello dalla forma troppo vistosa oppure un fiore da mettere tra i capelli. L’abbiamo comprato e mai indossato, oppure ci abbiamo rinunciato perché l’occasione adatta non arrivava mai. Hai mai pensato che quell’oggetto è lì come una sfida? Indossalo! Non è necessario che sia qualcosa di vistoso che potrebbe imbarazzarti, basta un piccolo elemento insolito.
Perché farlo
La nostra immagine è lo specchio più fedele che abbiamo ed è la prima a essere contagiata dal virus dell’uniformità. Ci vestiamo uguali agli altri fino a essere indistinguibili e tutto questo accade senza che ce ne accorgiamo. Concedersi un po’ di ribellione intervenendo sull’immagine porterà grandi sorprese nelle tue giornate: emergeranno gesti, frasi e anche occasioni inaspettate.
Accorgersi di ciò che non appare subito
L’abitudine è uno dei virus più potenti: invade il comportamento, il pensiero e anche la percezione. Iniziamo a riappropriarci della nostra originalità con un esercizio in due parti, che ha la finalità di risvegliare una sensibilità troppo ingabbiata e restituirci uno sguardo aperto.
- Osserva gli spazi vuoti
Ogni tanto durante la giornata, ovunque ti trovi, fermati per un minuto e lentamente fai scorrere lo sguardo tutto intorno a te cercando di notare gli spazi vuoti tra gli oggetti. Di solito si notano gli elementi, le persone e gli oggetti che occupano lo spazio; ma hai mai osservato che forma ha il vuoto tra le gambe di una sedia? E i vuoti che si inscrivono nella figura di una persona?
- Ascolta anche le pause
Quando qualcuno ti fa un lungo discorso, cogli l’occasione per fare questo esercizio: anziché ascoltare le parole, soffermati sulle pause. Non avere paura di essere scortese nei confronti del tuo interlocutore: spesso ci parliamo addosso e l’altro è solo un pretesto per sfogarci. Quanti silenzi ci sono tra le parole? Sono ampi come un respiro profondo? Sono brevi come il singhiozzo? Le pause sono cariche di significato?

La creatività è uno stato paradossale della consapevolezza e dell’essere. E’ l’azione che scaturisce dall’assenza di attività: è ciò che Lao Tzu ha chiamato wei-wu-wei. Significa lasciare che accada qualcosa attraverso di sé: non è agire, è permettere un accadere. Significa diventare un canale, affinché il Tutto possa fluire attraverso di te; significa diventare una canna di bambù vuota, nient’altro che una canna di bambù vuota.
In questo caso qualcosa inizierà immediatamente ad accadere poiché, nascosto nell’essere umano c’è il divino: devi solo concedergli un pò di spazio, un passaggio minimo per permettergli di fluire attraverso di te. La creatività è questo: permettere a Dio di accadere; la creatività è uno stato religioso dell’essere. Ecco perché affermo che un poeta è molto più vicino a Dio di un teologo; un danzatore lo è ancora di più […]
Creatività non è altro che questo: essere totalmente rilassato. E questo non significa inattività, bensì rilassamento: infatti, dal rilassamento scaturirà un agire intenso ma non sarà un tuo fare: tu sarai un semplice veicolo […]
Coleridge, un grande poeta inglese, alla sua morte lasciò migliaia di poemi incompiuti. Nel corso della sua vita molti gli avevano chiesto: “Perché non termini questi poemi?”. Alcuni infatti mancavano solo di un finale, di una o due strofe: “Perché non li finisci?”.Coleridge rispondeva:
“Non posso, ogni volta che ho tentato di completarne qualcuno sentivo che mancava qualcosa, c’era una dissonanza. Le strofe composte da me non erano mai in sintonia con il poema… qualcosa che era scaturito spontaneamente attraverso di me. Le strofe che avevo aggiunto restavano un ostacolo nel quale inciampavo, erano massi che impedivano il fluire della poesia. Perciò devo aspettare: qualsiasi poema, fluito attraverso di me, sarà completato solo da qualcosa che inizierà nuovamente a fluire, mai prima di allora”.
Coleridge completò pochissimi poemi, che hanno però una bellezza grandiosa e un raro splendore mistico. E’ così da sempre: quando il poeta scompare, nasce in lui la creatività. In questo caso il poeta è posseduto; certo, il termine è esatto: il poeta è posseduto. Essere creativo significa essere posseduto dal divino. […]
E ogni volta che sarai in sintonia con il ritmo naturale dell’universo, sarai un poeta, un pittore, un musicista, danzatore. Provaci!
Questo è lo stato di creatività, e questa può essere definita la sua qualità essenziale:essere in armonia con la natura, essere in sintonia con la vita e l’intero universo.


Diario di una ragazza indaco di Michela Marini © COPYRIGHT 2018


Immagine: Michela Marini 

Fonti:

martedì 13 ottobre 2015

Realizza i tuoi sogni, non mollare mai e continua ad agire!







Una mia cara amica ieri notte mi ha inviato un video, che si trova su youtube, le parole pronunciate hanno provocato un inaudita emozione in me.


Le ho volute trascrivere e dedicargli un articolo per condividerle con tutti voi, nella speranza che possano donarvi la stessa forza che hanno donato a me.

Un abbraccio 




CONTINUA AD AGIREREALIZZA I TUOI SOGNINON MOLLARE MAI






Io non so quale sia il tuo sogno. Non importa quanto possa essere stato deludente ne quanto tu ci abbia provato perché quel sogno, che è nascosto nella tua mente, È POSSIBILE.



Qualcuno di voi già lo sa, che è dura, che non è facile. È difficile cambiare la vita. Ed è inseguendo i tuoi sogni che andrai incontro a mille delusioni, molti fallimenti, sentirai il dolore. Ci saranno momenti in cui dubiterai di te stesso, in cui ti chiederai:"Dio,perché, perché sta succedendo proprio a me? Sto solo cercando di prendermi cura dei miei cari, di mia madre. Non sto rubando niente a nessuno! Come può accadere proprio a me?" Per tutti voi, che avete incontrato delle difficoltà NON ABBANDONATE I VOSTRI SOGNI!




Arriveranno tempi duri, ma non sarà per molto. Verranno, e andranno via. LA GRANDEZZA NON È SOLO FANTASTICA UTOPICA E SEGRETA CARATTERISTICA DIVINA CHE SOLO QUALCUNO DI NOI PROVERA'. È QUALCOSA CHE ESISTE REALMENTE, ED È IN OGNUNO DI NOI. È davvero importante che tu ci creda che sei il prescelto.






La maggior parte delle persone si fa una famiglia, si guadagna da vivere e finisce la propria vita così. Smettono di crescere, smettono di lavorare su se stessi e di spronarsi. Poi ci sono quelli che si lamentano, ma non fanno nulla per cambiare le cose. E la maggior parte della gente abbandona i propri sogni, e sapete perché? Per paura. Paura di fallire:"E se poi le cose non vanno? "Paura del successo:"E se poi le cose vanno bene e non riesco a controllarle?" QUESTE PERSONE NON CORRONO MAI ALCUN RISCHIO.




Hai speso così tanto tempo con gli altri, cercando di piacere alla gente, che conosci loro molto di più di quanto conosci te stesso e sai tutto di loro, ogni cosa che li riguarda, e vorresti essere proprio come loro. Ma sai che c'è? Hai speso così tanto tempo appresso a loro, che non sai più chi sei. Io ti sfido a lavorare su te stesso. È NECESSARIO ALLONTANARE I FALLITI DALLA TUA VITA, SE VUOI REALIZZARE I TUOI SOGNI. Per le persone che inseguono i propri sogni, la vita ha un significato speciale. E quando comincerai a farlo, ti allontanerai dagli altri, comincerai a ritrovare te stesso, PERCHÈ FINO A QUANDO CONTINUERAI A INSEGUIRE GLI ALTRI, AD IMITARLI, ANCHE SE FARAI DEL TUO MEGLIO NON SARAI MAI UNA LORO COPIA PERFETTA. Ti sfido a trovare il TUO VALORE. Non tutti lo vedranno, non tutti si uniranno, non tutti avranno questa visione: è importante che tu lo sappia. Fai parte di una razza rara. È NECESSARIO CHE TI CIRCONDI DI PERSONE CHE FARANNO PARTE DEL TUO MONDO, CHE SIANO AFFAMATE, PERSONE CHE SIANO INARRESTABILI E FOLLI. PERSONE CHE SI RIFIUTANO DI VIVERE LA VITA COSÌ COM'È E CHE VOGLIONO DI PIÙ. PERSONE CHE STANNO VIVENDO I LORO SOGNI. PERSONE VINCENTI.






Queste persone sanno che se questo sta succedendo, se si sta avverando, è merito loro. Se vuoi avere più successo, se vuoi ottenere e fare cose che non hai mai fatto prima ti chiedo di investire su te stesso.






L'OPINIONE CHE ALCUNI HANNO DI TE NON DEVE DIVENTARE LA TUA REALTÀ PERCHÈ NON DEVI VIVERE PASSIVAMENTE DA VITTIMA. E sebbene tu debba affrontare le delusioni, devi ripetere a te stesso:"IO POSSO FARCELA ANCHE SE NESSUNO CI CREDE, DEVO CREDERCI PER ME STESSO! QUESTO È QUELLO IN CUI CREDO E PER CUI SONO DISPOSTO A MORIRE . PUNTO! NON IMPORTA QUANTO SIA DIFFICILE O QUANTO SARÀ DIFFICILE, CE LA FARÒ. VOGLIO RAPPRESENTARE UN'IDEA, VOGLIO RAPPRESENTARE POSSIBILITÀ!" Alcuni di voi adesso vogliono passare al prossimo livello. Voglio diventare un ingegnere, un medico, ascoltami! Non puoi arrivare a quel livello. Non puoi arrivare al livello economico che desideri finché non inizi ad investire sulla tua mente, su te stesso. Non stai leggendo un libro. Ti sfido ad investire il tuo tempo! Ti sfido a stare solo! Ti sfido a dedicare un'ora a conoscere te stesso! QUANDO DIVENTI CIÒ CHE SEI, QUANDO DIVENTI LA PERSONA CHE SEI CHIAMATO AD ESSERE, QUANDO DIVENTI UN INDIVIDUO QUELLO CHE DEVI FARE È INIZIARE A SEPARARTI DALLA MASSA. Ti sfido ad andare nel posto dove c'è gente a cui non piaci o che nemmeno si preoccupa per te. Perché? Perché non dovrai più preoccuparti di renderli felici. Perché stai cercando di spingerti oltre, di salire al prossimo livello. INVESTI NELLE TUE CAPACITÀ!




Se stai ancora parlando del tuo sogno, se stai ancora parlando dei tuoi obiettivi ma non hai ancora fatto nulla a riguardo FAI IL PRIMO PASSO! Puoi rendere orgogliosi i tuoi genitori, puoi ispirare milioni di vite e il mondo non sarà più lo stesso perché hai intrapreso questa strada. NON PERMETTERE A NESSUNO DI RUBARE IL TUO SOGNO! Dopo essere andati incontro a un rifiuto, ad un "NO" o quando non si presenta nessuno, o quando qualcuno dice "puoi contare su di me" e poi non lo fa che succederebbe se avessimo quel tipo di atteggiamento che porta tranquillità quando nessuno crede in te, quando hai perso più volte e le luci non ci sono più, sono spente, ma continui a credere nel tuo sogno dicendoti ogni giorno:"NON È FINITA, FINO A QUANDO NON VINCO!"






PUOI VIVERE IL TUO SOGNO!




(Fonte web)










domenica 13 settembre 2015

L'Identità individuale nell'era tecnologica: L'autenticità di Essere



La necessità di Essere


"Essere o non essere è questo il problema"







L'identità personale e l'identità sociale



L'identità personale e l'identità sociale interagiscono tra loro: possiamo immaginarci il nostro sé come una struttura, una rappresentazione mentale in cui le informazioni individuali concorrono alla formazione del «cuore» della rappresentazione, ipotizza Stefano Boca, ordinario di Psicologia sociale all’Università di Palermo, mentre le informazioni di carattere sociale e culturale ne costituiscono gli aspetti via via più esterni.

Ma esiste anche una rappresentazione di noi stessi che proponiamo o meglio,“recitiamo” agli altri, come una rappresentazione teatrale. Tale concetto fu proposto originariamente dal sociologo canadese Erving Goffman in “La vita quotidiana come rappresentazione” (The Presentation of Self in Everyday Life) del 1959: per Goffman, la società non è una creatura omogenea, ma un insieme di palcoscenici in cui rappresentiamo noi stessi in modo diverso.

«Sto adoperando la parola rappresentazione - chiarisce Goffman - per indicare tutta quell’attività di un individuo che si svolge durante il periodo caratterizzato dalla sua continua presenza d'inanzi ad un particolare gruppo di osservatori e tale da avere una certa influenza su di essi». Ed è bene sottolineare che si parla di rappresentazioni «in buona fede», in cui l’attore implicitamente chiede al pubblico di credere al personaggio che interpreta, di prendere per veritiera la parte rappresentata, incoraggiando l’impressione che quella sia l’unica o per lo meno la più importante. Scopo principale dell’attore è il mantenimento della coerenza espressiva, attraverso un’unica definizione della situazione che deve essere difesa di fronte ad una miriade di possibili imprevisti.

L’identità sociale è conosciuta dal soggetto che generalmente accetta e partecipa attivamente a questa definizione. Ma cosa succede se il soggetto si ritrova condannato ad una identità ed una definizione di sé che vorrebbe lasciar andare senza riuscire a farlo? Il problema è sentito particolarmente da coloro che sperimentano una notevole mobilità sociale verso l’alto o verso il basso (più frequente in questo periodo congiunturale caratterizzato da difficoltà a mantenere una identità lavorativa, con lavoratori che si barcamenano a fatica tra più attività, passando dal lavoro fisso al precariato o precipitando dal precariato più o meno stabile alla disoccupazione, alla povertà o alla miseria conclamata).

Difficilmente il «pubblico» si adeguerà immediatamente ad un repentino cambiamento di ruolo. A colui che sale la scala sociale si potrà, in qualsiasi momento, ricordare qualche elemento doloroso del suo passato, come un marchio che resta incollato addosso per sempre; chi invece scende la scala sociale dovrà fare i conti le proprie emozioni di perdita, ed anche con le rappresentazioni mentali di coloro che lo hanno conosciuto in tempi migliori e che adesso possono vederlo come la vittima di una situazione senza via d’uscita. Per riuscire a risalire, in ambienti particolarmente chiusi e refrattari a qualsiasi cambiamento, alcuni cercano di risolvere il problema in modo drastico, allontanandosi dal luogo in cui vivono. Ma non è un percorso facile né indolore.


Ecco perché oggi, più che mai, è necessario gettare le basi per un sistema sociale più aperto che consenta all’individuo di modificare l’immagine che ha di se stesso, sia di fronte a sé, sia di fronte agli altri.



Articolo redatto da: LaStampa.it, 10/08/2012





Questa premessa introduce la delicata e complessa tematica con cui l'essere umano, in cerca della sua identità spirituale, prima o poi dovrà fare i conti, per riuscire a trovare il proprio equilibrio interiore.

In quest'era tecnologica la nostra identità viene messa più e più volte in bilico, da noi stessi e dalla società. Se non abbiamo un senso di autenticità solido, se la vita quotidiana ci porta ad allontanarci dall'Essere, se l'ego interviene nella nostra mente camuffato da "verità" assoluta rischiamo di dover raccogliere prima o poi i pezzi della nostra identità, e con molto dolore e fatica ricomporre poi il nostro equilibrio emotivo, e con conseguenza un immane dispersione di energie.

I social network, in questo caso hanno contribuito a creare identità alterate attraverso i pensieri degli utenti che ne seguono altri o nel caso più estremo le persone impersonificano virtualmente ruoli totalmente lontani dalla verità dell'individuo stesso per fuggire da problemi reali di quotidianietà, predicando nello stesso tempo il percorso spirituale adatto per l'essere umano.

Per questo motivo è molto importante per la nostra sanità spirituale riuscire a comprendere che questa può essere vissuta ed alimentata sopratutto vivendo la realtà, la realtà materiale concreta, le persone che ci sono vicine, sperimentandole nella materialità quotidiana, evitando di fuggire da essa per non affrontarla, rifugiandosi in un mondo inreale.

La realtà virtuale può essere fonte di informazioni mentre la sperimentazione della vita è concreta, dobbiamo iniziare ad accettare la materia quanto lo spirito, altrimenti la realtà sarà sempre divisa su due piani, generando confusione nell'animo.







L'articolo che segue è di Silvia Scorrano dal sito web: www.psicologo-milano.it che reputo molto interessante sotto molti punti di vista.

 


In che modo la realtà virtuale e le emozioni di un soggetto entrano in contatto?

 

Le teoria dell’identità sociale e della Self Categorization Theory (Turner et al. 1987) distinguono diversi Sé (self-categories) nel soggetto. Abbiamo un’identità sfaccettata, alcune caratteristiche di personalità sono “innate” e, come tendenze caratteriali, ci accompagnano durante la nostra crescita, altre sono dovute alla nostra appartenenza ai gruppi sociali (valori, norme, opinioni che abbiamo fatto nostre).


È possibile considerare l’ambiente virtuale dei social network alla stregua di un qualsiasi altro contesto sociale di cui fa parte il soggetto?


Data la loro capacità di accogliere e supportare gruppi e comunità disperse, i social network sono veri e propri cyberspazi ossia luoghi virtuali che permettono la creazione e lo sviluppo di gruppi e comunità (Barak e Suler 2008). In generale il rapporto uomo - virtualità è soggettivo; esso risente delle caratteristiche peculiari della persona nonché del suo modo di interagire con la tecnologia prima, con la virtualità poi.


Cosa rappresenta un social network per un uomo?


Innanzitutto un punto di incontro tra le reti reali e le reti virtuali. Considerando solo questo punto di vista, i social network consentono all’uomo di aumentare le opportunità di cambiamento della sua posizione o di aumentare le proprie relazioni all’interno di una rete sociale. In tal maniera essi creano o modificano l’esperienza sociale, fornendo al soggetto un’arma a doppio taglio. L’“impression management” è un’espressione che sta ad indicare la possibilità del soggetto di scegliere la propria presentazione quindi tagliare, nei limiti del possibile, la propria immagine secondo il suo desiderio (personalizzando il profilo, scegliendo le foto che lo rappresentano, i contenuti da condividere per esprimere se stesso).


Si può parlare di realtà, riferendosi a quanto avviene nei Social Network?


Ovviamente l’interazione tra il mondo reale e il mondo virtuale è bidirezionale, il risultato è un’interrealtà nella quale l’uomo è in grado di controllare e modificare l’esperienza e la sua e le altrui identità sociali in maniera totalmente nuova rispetto al passato; se alcuni fanno un utilizzo inconsapevole dei social network a questo scopo, d’altro canto alcune reti virtuali nascono consapevolmente per favorire l’uomo nella promozione della sua professionalità.


Le emozioni e i social Network: è tutto come nella realtà o si va incontro a un nuovo modello di relazione?


Un secondo aspetto critico è l’“analfabetismo emotivo” (emozional litteracy). Con questa espressione Goleman (1995) intende:
La mancanza di consapevolezza e quindi di controllo delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse associati;
La mancanza di consapevolezza delle ragioni per le quali si prova una certa emozione;
L’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui - non riconosciute e comprese - e con i comportamenti che da esse scaturiscono.

Un fattore di incremento dell’analfabetismo emotivo è l’utilizzo massiccio dei media che favoriscono un modello di relazioni mediate, privando il soggetto di quegli script utili alla lettura e l’applicazione dei comportamenti sociali. A venir meno è soprattutto la capacità di riconoscere le emozioni dell’altro e, di riflesso, di comprendere le proprie; ciò in prima istanza porta al disinteresse emotivo. Sto parlando di ragazzi che comunicando spesso tramite la tecnologia hanno disimparato a riconoscere la ricchezza della comunicazione diretta (le sfumature importanti della comunicazione non verbale ad esempio). Certo è che il social network spesso facilita l’espressione di sé, abbattendo il timore del giudizio immediato.



Svelare se stessi ad un social network in ogni caso non offre la giusta ricompensa relazionale: l’uomo è fatto di emozioni e pensieri fluidi che, nella forma “stentorea” dei messaggi/status virtuali vengono stabilizzati. I pensieri e le emozioni di un adolescente sono ancor più fluidi, alla ricerca di risposte e conferme che sono frustrate dalla comunicazione mediata.



  

L’identità personale e la coscienzaArticolo di Remo Bodei con Silvia Calandrelli



Professor Bodei, può dirci che cosa si intende per “identità personale” e in che modo il problema ha assunto una rilevanza filosofica?

“Identità personale” indica la capacità degli individui di aver coscienza di permanere se stessi attraverso il tempo e attraverso tutte le fratture dell'esperienza. Per la filosofia, il momento decisivo è avvenuto grosso modo tre secoli fa, quando si è passati dall'idea di “anima” a quella di “identità personale”. È stato Locke, nel Saggio sull'intelligenza umana, a parlare per la prima volta di “identità personale”. Ciò accade nel momento in cui la vecchia idea metafisica e religiosa di “anima”, intesa come sostrato unitario e indivisibile, che permette la permanenza delle nostre esperienze, entra in crisi. È quindi un periodo in cui, in un certo modo, si “elabora il lutto” per questa perdita, perché, essendo l'anima una proiezione verso l’eternità dell'individuo legato alla vita terrena, cioè al divenire nel tempo, una volta che tale operazione non è più possibile, bisogna abituarsi a vivere nel mondo della caducità.

L'identità personale implica la percezione di una fragilità della coscienza e di una serie di discontinuità, che devono essere in un certo modo metabolizzate. L'identità personale, quindi, per Locke, che non credeva alle entità metafisiche come la sostanza o la causa, viene connessa a una fondazione che chiamerei “orizzontale”, invece di una fondazione “verticale”. Per fondazione “orizzontale” intendo il fatto che, non potendo più presupporre un elemento di continuità metafisico o naturale dell'individuo, bisogna cercarlo in qualcosa che mette in relazione gli istanti, le ore, i giorni della nostra esistenza con tutto l'arco della nostra vita organica. Per Locke esiste qualcosa di analogo, costituito dal filo della memoria.

Possiamo esaminare i caratteri distintivi delle due tradizioni teoriche principali sull'argomento, quella di area anglosassone e quella di area tedesca?

Direi che la distinzione fondamentale consiste in questo: nell'area anglosassone - che a partire da Locke, Hume, prosegue fino ai nostri giorni con Derek Parfit o Daniel Dennett - consiste nel privilegiare il momento del sistema aperto, in cui l'identità personale è qualche cosa di rischioso, che gli uomini devono giocarsi nel tempo e che non garantisce affatto un rapporto continuo con se stessi. Ad esempio, in Locke c'è l'idea, che coincide con la sua filosofia politica e la sua filosofia economica, secondo la quale l'identità è una conquista, è un lavoro. Locke dice, in un passo molto bello, che le nostre idee muoiono molte volte prima dei nostri figlioli e somigliano a quelle tombe in cui le scritte si sono cancellate e rimane soltanto il marmo o la pietra. Per cui, se noi non “ripitturiamo” continuamente le nostre idee, queste rischiano di dissolversi. Ecco, l'identità personale, per Locke, consiste in questo lavoro di rinfrescamento continuo di tutte le nostre idee, garantendo la nostra continuità.

L'identità, quindi, non poggia su niente - questo vuol dire fondazione “verticale” - ma si prolunga nel tempo, è legata alla continuità della memoria, di modo che, se io - dice Locke - sento di essere la stessa persona che ha avuto i vissuti di Socrate e se li ricorda, allora io sono Socrate; se invece io, per qualche malattia, per un'amnesia, non ricordo più di essere la stessa persona precedente, io non sono lo stesso.

Questo elemento di fragilità si accentua in Hume, perché in Hume la memoria diventa praticamente qualche cosa che anche nelle persone normali è piena di buchi, non ha continuità. “Che cosa facevo - dice Hume - il 3 agosto del 1733?”. Chi se lo ricorda? Per Hume l'identità è legata a un fascio di percezioni attuali, nel senso che io sento caldo, sento freddo, mi passa per la mente questo pensiero, ma se cerco di afferrare quello che è l'io, trovo soltanto il vuoto. Di conseguenza, l'identità è qualcosa di fittizio, di costruito. Hume la paragona ad una repubblica, e quindi ad una confederazione di stati di coscienza: gli stati di coscienza cambiano, come cambiano gli abitanti di uno stato, mentre la repubblica continua.

Questa linea che va da Hume al presente ha mantenuto una certa stabilità. Per esempio in Goffman - che è un sociologo e filosofo canadese morto qualche decennio fa - il problema dell'identità personale si pone sempre a livello di relazioni, quindi a livello di rapporti. Non esiste un nucleo fisso dell'identità, perché l'identità si costituisce attraverso le relazioni con gli altri, e le relazioni sono più importanti della sostanza; in termini geometrici potremmo dire che il segmento che unisce le persone o gli stati personali dello stesso individuo tra loro è più importante dei punti di partenza e dei punti di arrivo.

Invece la tradizione tedesca ha un'altra caratteristica, da Kant e Fichte fino a Dieter Henrich, che consiste nel tentativo di tradurre il problema humiano dell'identità, che aveva affaticato Kant, in una sorta di circolo dell'autocoscienza, e trasformare la retta in circolo. Questo significa che per Kant l'identità dell'individuo è l'Io, un “veicolo” (Vehikel) che trascina tutte le nostre esperienze; però questo Io, la nostra identità personale, non è facilmente individuabile, anzi per Kant è una 'x', il pendant di quel famigerato elemento dalla parte dell'oggetto che è la “cosa in sé”. Quindi tutto il nostro sapere sta tra due 'x': tra l'oggetto che è inconoscibile e il soggetto che è altrettanto inconoscibile. Si può dire che l'Idealismo tedesco con Fichte, e in parte il Romanticismo con Novalis, nascano con l'intenzione di decifrare questa 'x', perché per Fichte la 'x', nel famoso “Primo principio della dottrina della scienza”, è una tautologia, e cioè “Io=Io”: io voglio ricongiungere il pensiero di me stesso, “Io” che penso come soggetto, a “Io” che sono pensato come oggetto.

Naturalmente qui comincia una grande serie di contraddizioni, perché si crea una quantità di immagini, come in una galleria di specchi che non finisce mai: “Io” che penso a me stesso, che pensa a se stesso, eccetera. Alla fine però, in Fichte c'è il riconoscimento di una sconfitta, in cui si riconosce che non si può fondare l'identità personale, perché è qualcos’altro che io presuppongo, l'“essere” o la “vita”, che condiziona il pensiero. Il risultato dell'idealismo tedesco, di Fichte - non di Hegel - è quello di dichiarare che io non posso girare attorno a me stesso, rincorrere me stesso come in una specie di rondò e “riacchiapparmi per la coda” perché il pensiero non è autosufficiente. Prima del pensiero c'è la “vita” o l'“essere”, cioè qualcosa di indeducibile.


Che cosa implica la riduzione dell'identità personale a “filo della memoria”, per dirla con Locke, o a “fascio di percezioni”, per dirla con Hume?

Implica che il passaggio degli individui, degli uomini, delle donne, attraverso il tempo, è un passaggio precario. Esso è legato, in Locke, a questo elemento del filo, che può essere continuamente tagliato, come dire, da una Parca maligna con la conseguenza che noi facciamo una gran fatica ad essere noi stessi. C'è una battuta di Adorno che è molto bella: chiamarsi “io” molto spesso è un atto di presunzione, perché l'essere individui non è un dato naturale, ma è il risultato di uno sforzo.

In Hume, poi, la cosa diventa ancora più drammatica: se io mi colgo sempre istantaneamente, se sono certo di me stesso solo nel momento in cui ci penso e per il resto mi lascio vivere, allora questo vuol dire che la mia identità è qualcosa che sfugge ad ogni mio controllo. Così, in tutta la tradizione inglese, e soprattutto in quella dei padri fondatori, in Locke e in Hume, c'è il senso della precarietà dell'esistere e della impossibilità, per così dire, di riassumersi ad ogni istante della vita; c'è l'idea che la nostra identità, perdendo sempre qualche cosa, è un’identità per tracce.


Qual è l'esito dei tentativi di Kant e di Fichte di congiungere la coscienza con se stessa, nella forma circolare, come lei diceva, dell'autocoscienza, per salvarla dalla inconsistenza e dalla fragilità alla quale Hume la condannava?

L'esito è quello che accennavo prima, cioè la constatazione di un fallimento, fallimento fruttuoso e utile, le cui somme saranno tirate da Schopenhauer, che parla dell'Io come di una “voce che rimbomba in una sfera cava di vetro”: se io cerco di afferrare questa voce che sembra mia, ma non lo è, abbraccio un vano fantasma. Per Schopenhauer, noi, come individui, non siamo nient'altro che un capriccio della “volontà di vivere”, di questa entità anonima che parla in tutti gli esseri viventi, dalle formiche all'uomo; siamo una voce o - per meglio dire, come si afferma ne Il mondo come volontà e rappresentazione - “siamo come dei ghirigori che la volontà di vivere traccia nella lavagna infinita dello spazio e del tempo”.

Usando un'immagine della commedia dell'arte italiana, potremmo dire che siamo come i personaggi della commedia di Gaspare Gozzi, Pantalone e Colombina, che ripetono in tutte le performance la loro parte e in un certo modo non vivono ma sono vissuti, non pensano ma sono pensati, non agiscono ma sono agiti.

Questa posizione di Schopenhauer avrà delle grandi risonanze in un periodo successivo, cioè alla fine del secolo, e attraverso von Hartmann, che ha scritto una Filosofia dell'inconscio nel 1868, giungerà a Freud.

In Freud l'“Es”, l'inconscio e tutti questi elementi, che, per così dire, precedono la coscienza e l'identità, hanno un peso determinante; in Freud, di nuovo, non c'è un Io che guida la danza, ma un soggetto che deve districarsi tra varie istanze psichiche e tra varie forze che non controlla.

Questa posizione di Schopenhauer giunge fino a Heidegger, o fino a Lacan, che dice “Io sono dove non penso e penso dove non sono”, dissolvendo in questo modo il binomio cartesiano, l' “accoppiata vincente” tra pensiero ed essere. Heidegger in Essere e Tempo ritrascrive, mescolandolo con motivi agostiniani, il pensiero di Schopenhauer a proposito della coscienza, mostrando che non esiste un'identità personale intesa come qualcosa di dato; al contrario, l'identità personale si ha paradossalmente nel momento in cui io sento una voce, una chiamata, Ruf, che risuona dentro me stesso nel silenzio e si esprime non con parole, ma con un sentimento: l'angoscia. Quando io sento quest'angoscia della chiamata, di una voce che è dentro di me, ma contemporaneamente è sopra di me, io mi devo decidere per la vita autentica.

Questa è l'idea di Heidegger, che viene anche da Rilke: nella società di massa gli uomini non hanno individualità, non hanno identità personale, in fondo ognuno fa quello che fanno gli altri - “così fan tutti”, per parafrasare Mozart - dunque nell'identità personale della vita inautentica io seguo la maggioranza, evito di pensare a me stesso, di sentirmi un individuo. Quando però ascolto, se l'ascolto, questa voce di insoddisfazione che viene da me stesso, ho la possibilità di scegliere la mia vita autentica, che si manifesta nell'“essere-per-la-morte”.

Attraverso l'“essere-per-la-morte” prendo coscienza del fatto che il tempo non è scandito dall'orologio, che il mio tempo personale non è - come dire - diviso in parti uguali e omogenee: il mio tempo finirà, il mio tempo è a scadenza e questa scadenza è la morte. Paradossalmente, quindi, per Heidegger l'individuazione dell'individuo avviene nel momento in cui si distrugge l'individualità. Soltanto se penso alla morte, il tempo che mi rimane da vivere ha senso. E soltanto in questa prospettiva io posso stabilire come piena la mia identità personale, che altrimenti sarebbe, per così dire, annacquata, dispersa o dissolta, come in un “bagno di acido solforico”, dalla vita collettiva, dall'imitare quello che fanno gli altri.

Quali altre strategie vengono messe in atto per spiegare il fatto che l'uomo non sia “padrone in casa sua”, per dirla con Freud, ossia che la sua coscienza sia divisa, mutevole e molteplice, accanto alla risposta heideggeriana?

Vi è una strategia che nasce nella psicopatologia francese di fine Ottocento, con dei filosofi medici, i cui nomi sono oggi pressoché dimenticati, ma che hanno avuto una enorme importanza per gli sviluppi dei loro studi: si tratta di Ribot, Janet e Binet - quest'ultimo è l'inventore del quoziente di intelligenza.

Questi pensatori sostenevano appunto che l'anima non è una ma molteplice, e cioè che noi siamo formati da un “arcipelago di isolotti di coscienza”, dicevano loro, e quindi la nostra personalità all'inizio è plurima e poi diventa una, se lo diventa, perché c'è un Io egemone, che è capace di controllare tutti questi arcipelaghi riottosi di essere “uno, nessuno e centomila”. In questo modo il mantenimento dell'identità personale a partire da questa pluralità che noi siamo, da tutto quello che avremmo potuto essere e non siamo stati, tutta questa pluralità viene mantenuta in tiro, in forza, da un Io egemone.

Pensiamo a Pirandello. Ho appena citato Uno, nessuno, centomila, ma egli ha scritto ben sessanta opere, romanzi, novelle, pièces teatrali che riguardano la scissione della personalità. Prendiamo ad esempio una novella intitolata L'Ave Maria di Bobbio, che parla di un signore che fa il notaio in un piccolo paese. Questi, da piccolo, sviluppa una personalità da seminarista, diviene molto pio, pronto per una vita di sacrifici e di ascesi; poi a un certo punto cambia completamente, diventando massone, ateo, “mangiapreti” e repubblicano. Accade poi che un giorno viene preso da un gran mal di denti, che non gli vuole passare. Ma passando davanti a un'edicola e vedendo l'immagine della Madonna, il suo Io precedente lo induce a farsi il segno della croce e, quasi per miracolo, il mal di denti svanisce. A questo punto però non vuole credere alla cosa e quando, dopo qualche settimana, il mal di denti gli ritorna, da buon personaggio pirandelliano, piuttosto che dar soddisfazione al suo vecchio Io, va dal suo amico dentista e si fa estirpare tutti i denti.

Questo apologo indica che dentro di noi ci sono una quantità di personalità plurime, che, in genere, negli individui normali sono latenti; ma quando la tensione si allenta, l'Io egemone viene costretto ad abdicare e questi Io, che prima erano dei comprimari, prendono successivamente o alternativamente il comando.

A Janet era capitato il caso di una donna con sedici personalità, Lucie, e nel 1960 persino la legislazione americana aveva assolto un omicida - si chiamava Billy Mulligan - che aveva ventitré personalità, tredici in servizio permanente effettivo e dieci, come dire, dismesse perché il tribunale americano aveva riconosciuto che il delitto era stato compiuto da una di queste personalità non più esistenti.

Il che mostra, tra parentesi - e lo mostra anche benissimo Pirandello in tutta la sua opera - che il problema dell'identità personale è connesso al problema dell'imputabilità morale e giuridica, per cui se io ho compiuto qualcosa, devo essere inchiodato alla mia identità unica e fissa e devo avere continuità tra i miei atti del passato e quelli del presente. Per lo stesso motivo, oggi, in tutti i tribunali, in caso di omicidio, la difesa cerca di far riconoscere la non consapevolezza dell'imputato nel momento in cui ha compiuto un delitto.

Lei parlava di questa descrizione delle personalità multiple che sono state in qualche modo identificate nella tradizione della psicopatologia. Potrebbe dirci ora come la filosofia moderna interpreta questo concetto di “personalità multiple”, concetto che sembra quasi prendere il posto di quello che un tempo era in fondo il “principio di individuazione” in senso stretto?

Direi che il “principio di individuazione” ha ricevuto un grande colpo distruttivo da Schopenhauer - il quale ha mostrato che il “principio di individuazione”, in fondo, è parte di una tradizione, quella dell'Occidente, che vuole gli individui uguali a se stessi per renderli responsabili - che è anche l'idea di Nietzsche - e che invece presso altri popoli non c'è lo stesso pathos dell'individuazione.

Io credo che il motivo per cui questo problema dell'identità personale è diventato in fondo così urgente a partire da Locke, sia legato alla tradizione politica ed economica di certi Paesi occidentali, e cioè al fatto di porre l'accento sulla capacità dell'individuo di agire attivamente e di essere libero, la capacità di liberarsi dai condizionamenti esterni. In Locke la cosa si vede molto bene, perché vi è l'idea di un lavoro dell'individualità, legata, nel campo economico, al diritto di proprietà. Io sono proprietario di me stesso non per “parassitismo” ereditario, perché per eredità ricevo qualche cosa, ma perché produco me stesso. Quindi, già in Schopenhauer c'è questa percezione della storicità dell'idea di identità personale, per cui non è ovvio che uno ricerchi l'identità personale; del resto ci sono molti filosofi o alcuni, per lo meno, anche in Occidente, che ora rimpiangono quello che con espressione inglese chiamano il “selfless man” dell'Oriente, cioè l'uomo senza self, senza identità personale, dell'Oriente.

Professor Bodei, dando per vera l’interpretazione secondo cui la cultura orientale sia poco interessata al principio di individuazione e quindi all'identità personale, potrebbe dirci chi sono i referenti occidentali di questa tradizione?

Diciamo intanto che dell'Oriente e dell'Occidente probabilmente nessuno ne sa molto, perché queste civiltà si stanno appena incontrando; in fondo, dalla civiltà indiana, cinese o giapponese, non se ne trae molto, a meno che non si conosca bene la lingua e non si sia vissuti presso questi popoli per decenni.

Per esempio, parlando con degli indiani, capita di osservare che questa idea della perdita dell'identità nel tutto per loro non è una perdita, ma una fusione potenziante l'individualità. In Inghilterra, che ha avuto molti più contatti storicamente col mondo orientale e in particolare col mondo indiano, c'è un filosofo che ho già citato, Derek Parfit, il quale ha scritto un libro, Ragioni e persone, in cui argomenta in favore di questo abbandono dell'idea d'identità personale: “identity doesn't matter”, “l'identità non è quello che conta”.

In realtà - egli sostiene - noi non ci interessiamo all'identità in quanto tale, ma a qualcosa che l'identità ci promette, e cioè la continuazione delle nostre esperienze non soltanto nella nostra vita biologica, ma anche nel futuro. In questo modo egli arriva a una specie di consolazione privata, una specie di filosofia buddhista o zen, per cui invece di dire che “domani sarò morto”, dico che domani le mie esperienze personali non si ricongiungeranno più, non saranno più continue a nessuna esperienza successiva. Perché, secondo lui, c'è da consolarsi di questo? Perché io, abbandonando il “principio di individuazione”, la mia identità personale, e pensando alle mie esperienze come qualcosa che non mi appartiene in quanto individuo, ma come un flusso, per così dire, in cui io sono immerso, anche sapendo che queste mie esperienze domani passeranno a qualche altro - per esempio con un ipotetico trapianto del cervello - ho la possibilità che i miei flussi di pensiero, i miei valori, le mie idee continuino anche negli altri.

C'è un'altra considerazione che dobbiamo fare, professor Bodei, a proposito dell'identità personale. Michel Foucault, sicuramente ha offerto una delle più acute ricostruzioni della nascita del soggetto - e naturalmente della coscienza - che si abbiano nella cultura dell'Occidente. Come si potrebbe oggi descrivere e recuperare la lettura che Foucault ha fatto della nascita della coscienza?

Direi innanzi tutto che in Foucault non esiste un soggetto spontaneo; gli uomini non diventano soggetti o identici a se stessi per un processo naturalistico, ma lo diventano perché in tutte le società esistono delle operazioni che egli chiama di “partage”, cioè di “separazione”: io mi definisco in quanto tale perché, a un certo punto, escludo, ad esempio, che il mio Io della veglia sia uguale all'Io del sogno. Sono i primi studi di Foucault negli anni Cinquanta intitolati Sogno ed esistenza.

Successivamente, nella Storia della follia, Foucault mostra come si definisca l'individuo sano in opposizione al “pazzo”. I “pazzi” circolavano tranquillamente nel Medioevo; nei quadri della tradizione medievale, li si vede girare per le città. Successivamente, quando finiscono i grandi cicli epidemici, gli edifici che servivano per mantenere in quarantena i malati di peste vengono trasformati in manicomi; quindi il problema della pazzia viene in un certo modo tematizzato, problematizzato, in una determinata epoca.

Poi, nell'Ottocento, si compie un'altra distinzione, quando nasce il problema della criminalità: il cittadino per bene si deve distinguere dai criminali, i quali vengono isolati nelle carceri, che, dice Foucault, non hanno una funzione sociale, perché in realtà sono fabbriche di delinquenza - quindi è assurdo mandare la gente in carcere per combattere il crimine, perché in realtà il crimine viene in questo modo moltiplicato.

Un altro “taglio”, viene compiuto, ad esempio, più tardi con la sessualità, con l'esigenza di distinguere l'individuo sessualmente sano dal deviante; quindi c'è tutto un battage tra l'epoca vittoriana e la nostra per distinguere la sessualità buona dalla sessualità malata.

Ma la costituzione del soggetto, per Foucault, ha radici molto più antiche. Secondo Foucault, oggi essa si ripropone nella forma che gli avevano dato gli stoici romani, soprattutto Seneca o Marco Aurelio, per cui, vivendo in un'epoca in cui le leggi non hanno efficacia, un'epoca in cui la gente non crede più alle leggi generali, l'unico modo di procedere è di dare forma a se stessi, di scolpirsi come una statua, di avere cura di sé, cioè di plasmarsi, dare a ciascuno la propria legge. È quella che Foucault chiama un'“estetica dell'esistenza”: “Ci diamo tanto da fare per avere una lampada fatta da un bravo designer e poi non ci preoccupiamo di noi stessi”. Sotto questo punto di vista per Foucault la costituzione del soggetto è il risultato delle forze che plasmano - dall'esterno o dall'interno - il soggetto stesso.

Quindi abbiamo da un lato la tradizione romana dello stoicismo, dall'altro lato, però, quella cristiana. Foucault ha dedicato un grande sforzo di analisi - in un libro non ancora comparso che si chiama “Les aveux de la chair”, “Le confessioni della carne” - del modello cristiano della confessione, perché la confessione obbliga l'individuo, anche il più rozzo, il più ignorante, a guardarsi dentro, ad analizzarsi, per poter formulare in parole, nella confessione, i propri vissuti, e quindi a distinguere il peccato dal non peccato. La cosa è tanto più importante perché si ha di fronte un giudice che vede tutto, e di fronte al quale bisogna confessare, anche contro se stessi, i propri peccati. Quindi l'individualità occidentale è nata, secondo Foucault, dalla convergenza di tutte queste pratiche e di tutte queste teorie, che fanno sì che noi siamo quello che siamo.

Queste forze che ci hanno plasmato ci abbandonano, perché non c'è più nessun regista che ci possa dire quello che dobbiamo fare: il ritorno alla tradizione antica, alla cura di sé o all'estetica dell'esistenza, indica che noi ci troviamo di fronte a un campo non soltanto di divieti, ma anche di opportunità che dobbiamo sfruttare. Per questo, per Foucault, la soggettività non è qualcosa che riguarda semplicemente la coscienza. In questo avrebbe ragione Schopenhauer: noi non possiamo afferrare un'essenza dell'Io eterna e naturale; possiamo però fare qualche cosa di diverso, e cioè costruirci.













In conclusione


Ma come riuscire a mantenere autentica la nostra identità? E come vivere l'ambiente virtuale in modo spirituale? Ed è possibile unire entrambe le cose?



Negli ultimi anni la rete virtuale ha catturato l'individuo e la massa, amalgamando in se realtà ed illusione, ponendo un varco tra le persone. Questa divisione ha generato nello stesso tempo un unione illusoria tangibile.

Il concetto di spiritualità immerso nei social network o nel web ha generato confusione e per quanto sia lodevole il risveglio spirituale a livello collettivo, attraverso anche informazioni pubblicate ed apprese nel web, la persona che procederà verso la conoscenza del suo sè ad un certo punto necessiterà della propria interiorità e consapevolezza per arrivare direttamente nel proprio risveglio spirituale.

Per quanto sia utile al cammino iniziale del risveglio la ricerca di informazioni, l'individuo che vuol scoprire se stesso inevitabilmente e paradossalmente dovrà allontanarsi dalle stesse informazioni apprese per far spazio ad una nuova consapevolezza.


Fintanto che l'essere umano alla ricerca del proprio scopo di vita e della propria autenticità legata alla sua identità, si prodicherà nella ricerca di "illuminazioni" scritte su articoli pubblicati in rete o di maestri spirituali, trovati sul web o sui social network, la sua stessa ricerca non avrà continuità; questo cercare incessantemente le risposte per riuscir ad illuminare i suoi bisogni spirituali, non gioverà all'essere, al contrario lo allontanerà dalla propria consapevolezza.


"Quando l'allievo è pronto il maestro giunge" è una frase metaforica che racchiude l'essenza del proprio maestro interiore: la consapevolezza. 




Lo spirito non cerca nessuno all'infuori di se stesso; L'anima non ha bisogno di leggere testi per avere l'illuminazione; Il percorso spirituale non ha bisogno di indicazioni altrui per raggiungere la meta; L'essere umano al contrario, necessita di Anima e Spirito: del proprio Spirito, della propria Anima per ri-trovarsi. Nulla in più.


L'identità spirituale, malgrado quel che si pensi in questo strano mondo scisso tra materia e spirito, è importante quanto l'identità individuale la quale necessita di esser vissuta nella realtà materiale non illusoria, come può essere quella virtuale. Esiste divisione in questo mondo perchè non viviamo la vita per quella che è realmente, la nostra identità viene smontata in base alle nostre credenze, alle credenze degli altri. Cambiare idea è procedere in avanti, accettare sè stessi e la propria realtà è la chiave per vivere la vita che desideriamo.


Questo bisogno di evadere dalla realtà di un mondo che ci appartiene per metà, di cui non condividiamo i meccanismi sociali, nel quale lo spirito fa fatica ad emergere porta l'individuo a ricreare la propria realtà ed il più delle volte si illude che sia quella adatta a lui, allontanandosi dalla propria che quasi sicuramente lo avrebbe condotto, forse con sofferenza, nel bocciolo della sua spiritualità effettiva. 

Possiamo essere autentici e rispettare la propria identità e nello stesso momento possiamo sentirci parte di questo mondo; Gandhi diceva: "Per cambiare il mondo prima cambia te stesso" . Non esiste frase più vera di questa: cambiare, accettare di cambiare, accettarsi, evolvere, diventare consapevoli, queste sono le armi per cambiare il mondo, quel mondo reale di cui facciamo tutti parte in cui esiste un altro mondo virtuale parallelo che ci porta via da noi stessi, da ciò che siamo.



Questo articolo può essere condiviso e divulgato rispettando il lavoro svolto citando la fonte dello stesso Blog e le relative fonti esterne citate dallo stesso.
Grazie per la condivisione!

Diario di una ragazza indaco di Michela Marini © COPYRIGHT
Distribuito con Licenza Creative Commons